Nel 1988 avevo 21 anni, abitavo a Roma e lavoravo come disc jockey nel nuovo store di ENERGIE in via del Corso.
La figura del DJ in un negozio d’abbigliamento era una novità assoluta, e grazie anche a questo iniziavo a farmi una discreta fama in città. L’altro motivo era che avevo vinto alcune gare per DJ, molto in voga in quegli anni. Non me ne perdevo una e solitamente vincevo a mani basse, perché ero uno dei pochissimi a saper fare lo scratch col “fresh” di Grandmaster Flash in Rockit.
Nello stesso periodo venni a sapere delle competizioni del Disco Mix Club, che organizzava il campionato del mondo per DJ a Londra. Come avrei scoperto da lì a poco, in quel genere di gare, tecnica, abilità e stile venivano spinti all'ennesima potenza in una manciata di minuti. Arrivava un vento nuovo, soffiato da quei DJ che iniziavano a usare piatti e mixer non solo per miscelare musica, ma per produrre suono.
Erano capaci di trasformare il giradischi in uno strumento musicale e la consolle nel palcoscenico di un autentico spettacolo.
Conoscevo di fama anche la NMS Battle for World Supremacy americana, dove si diceva che ci fossero DJ di un altro pianeta. In effetti, all'epoca mi affannavo a cercare di rifare gli scratch di DJ Jazzy Jeff, vincitore della Battle qualche anno prima, domandandomi se fossero davvero di natura umana.
Sapevo, inoltre, che il campione italiano del DMC si chiamava Lorenzo Bossina di Torino e che aveva vinto perché era riuscito a scratchare con una stecca da biliardo, una tecnica che, a quanto pare, era capace di eseguire anche il DJ della discoteca Veleno di Roma Giorgio Prezioso.
Al Tenda Strisce si esibivano per la prima volta in Italia i Public Enemy, i Run-DMC e Derek B. Era prevista anche la presenza di DJ Scratch (se guardate bene c’è il suo nome sul biglietto), neovincitore della battaglia americana e mio principale motivo di attrazione. Era un'occasione unica per un incontro ravvicinato, e non vedevo l'ora di scoprire cosa avrebbe fatto.
Arrivai al concerto quando era già iniziato. Mi sistemai in piedi sulle tribune, che non erano molto gremite, mentre il fronte del palco, al contrario, era affollato e pieno di entusiasmo. DJ Scratch si presentò con una cintura da campione, simile a quelle dei pugili, trofeo della sua recente vittoria nella prestigiosa NMS di New York.
Non potevo credere ai miei occhi. Quelle evoluzioni erano simili a un codice sconosciuto che cercavo di decifrare. Di certo era qualcosa di travolgente, capace di dare un nuovo impulso alla mia passione per la musica. Mi sentivo un pò come Jake Blues, quando vede la luce al cospetto di Cleophus James nel film The Blues brothers.
Sulla via del ritorno, avevo solo voglia di mettere le mani sopra i piatti e provare al più presto tutto quello che avevo visto. Appena entrato a casa, accesi in fretta la consolle, ma dopo qualche tentativo mi fu subito chiaro che sarebbe servita molta pratica. Tuttavia, nulla era impossibile.
Durante quel periodo, ero un habitué dei negozi di dischi Goody Music e Mix Up, con i quali avevo stretto una collaborazione. Quest’ultimo era anche il rappresentante di zona del DMC e ci lavorava Paolo Zerletti, che ogni settimana mi consigliava le ultime novità musicali. Una volta, però, mi suggerì qualcosa di diverso: i VHS con la finale mondiale del DMC e quella della finale italiana, nella quale avrei finalmente visto lo scratch con la stecca da biliardo.
Non persi tempo e tornai al negozio per guardarle sul loro megaschermo futuristico. Quelle immagini mi travolsero: il protagonista, questa volta, era diventato DJ Cash Money, che tra le sue incredibili evoluzioni eseguiva il transformer. Un suono mai sentito prima, creato usando il fader orizzontale del mixer. Mi resi conto che gran parte delle idee trovava origine nella visione delle videocassette. Fu il momento in cui il fuoco per quel genere di competizioni, si accese definitivamente anche dentro me.
La selezione del centro-sud del DMC si sarebbe tenuta a breve, nella discoteca Executive di Roma. Mi iscrissi d’istinto, senza sapere cosa avrei fatto di preciso, con poco più di una settimana per preparare qualcosa. Dovevo procurarmi in fretta anche un mixer col fader...e il Numark oltre ad essere piuttosto costoso (circa 750 delle vecchie lire) non aveva il fader centrale. Il Gemini usato da Cash Money invece, non era cosi comune e comunque non c'era tempo. Paolo Zerletti però mi confidò che un altro DJ di nome Lory D usava un economico ma funzionale Karma, 200 mila lire e fader centrale tipo il Gemini. Quella sera avrebbe gareggiato anche Ice One, già allora piuttosto popolare nell’underground romano anche come break dancer e graffitista...ricordo che era lui il più temuto. Io al contrario non avevo nessuna aspettativa, se non quella di imparare e vedere dal vivo altri DJ da competizione. E sopratutto non immagginavo nemmeno lontanamente quanto sarebbe successo da li in avanti.
Pur avendo già partecipato a diverse gare, sapevo di dovermi confrontare con un tipo di competizione totalmente differente da quelle che conoscevo. Mi ero fatto un'idea di cosa aspettarmi dagli altri concorrenti, ma non da me stesso.
Preparai i sei minuti a disposizione, con quanto ricordavo della performance di DJ Scratch e ciò che ero riuscito a sbirciare sul VHS della finale mondiale. Questa, infatti, potevo guardarla solo in negozio, dato che non avevo un videoregistratore a casa.
Quella sera in uno dei primi tentativi di scratch col piede, tolsi la scarpa sfoggiando un calzino bianco... una cosa di cui mi pentii subito e che promisi a me stesso di non ripetere in futuro.
Vinse il mai dimenticato Mauro Tannino che all'epoca conoscevo solo di fama, lo vidi all'opera per la prima volta in quella occasione. Con mia grande sorpresa, conquistai la seconda posizione.
Quanto bastava per accedere alla finale nazionale, che si sarebbe tenuta poco più di un mese dopo, alla discoteca Koxò di Sassuolo.
La possibilità di approfondire meglio l'argomento mi permise di fare pratica e mettere a punto skill più personali. Ero alla costante ricerca dell'originalità, un concetto non così scontato all'epoca. Infatti, c’era una forte tendenza a dimostrare di saper replicare trick già visti, piuttosto che fare qualcosa di veramente inedito. Mi ero andato a vedere anche le altre due selezioni di qualificazione a Bologna e Torino per avere un quadro più chiaro della situazione.
In pratica sapevo cosa avrebbero fatto gli altri, ma nessuno sapeva cosa avrei fatto io.
Il giorno prima della partenza per la finale italiana, mia madre mi chiamò dicendomi che al citofono c’era un certo Giorgio Prezioso, con il quale nel frattempo avevo fatto conoscenza. Non so quanto fosse concordato quell’appuntamento, però ricordo bene la sorpresa nel vederlo a casa mia per un’anteprima della performance.
Due cose mi spinsero ad accettare quella circostanza, che altrimenti avrei avvolto nel più stretto riserbo fino al momento della gara.
La prima fu che Prezioso quell’anno decise di non iscriversi, dunque non era un concorrente diretto.
Mi spiegò che nella precedente edizione, secondo molti addetti ai lavori, il più bravo era stato Cutmaster G, e girava una sorta di teoria complottista secondo cui, sarebbe stato strafavorito nei pronostici. La seconda fu che mi sembrò il minimo ricambiare l’impresa di raggiungere casa mia in motorino, da Corso Francia al quartiere Alessandrino.
Accesi la luce, che illuminò un materasso per terra sul quale mi stendevo quando ero sfinito, la consolle, il poster del film di Rocky.
Per darmi la carica, l’avevo appeso sulla parete di fronte ai Technics 1200 e al mixer Karma pesantemente modificato. Dopo aver visto tutta la performance, mi chiese di rifarla ancora una volta.
Alla fine della replica disse queste esatte parole: "Glielo avevo detto a Mauro (Tannino) di allenarsi. Se non si inventano niente, la vinci tu."
In quei due mesi di avvicinamento alla finale, infatti, avevo fatto passi da gigante. La mia esibizione era radicalmente cambiata rispetto alle qualificazioni di Roma. Mi presentai a fari spenti, dichiarando di puntare alla finale di Londra. Vestivo una tuta da ginnastica bianca, le Converse Chuck Taylor ai piedi (che, come promesso, non avrei tolto) e una T-shirt sulla quale mia sorella aveva disegnato un DJ sovrastato dalla scritta SCRATCH. Come si diceva a Roma, avevo il "veleno".
Finale DMC 1989 - Bonvi
Nella finale DMC Italia del 1989, mi presentai posizionando i piatti e il mixer diversamente da tutti gli altri concorrenti. Entrambi i giradischi erano posti sulla sinistra, con il pitch control rivolto verso il pubblico. Uno stratagemma per fare in modo che il braccetto del piatto non fosse di intralcio durante le skills. Nel corso della performance avrei fatto un'altra cosa che non avevo visto fare a nessuno, cambiavo la disposizione della consolle al volo, spostando il mixer al centro anche per dimostrare che sapevo fare tutto con entrambe le mani. Plus non da poco all’epoca.
Mi avviavo alla conclusione con 30 secondi dedicati allo scratch sulla base di Ashim, Al Nishif.
Ricordo che non ero ancora soddisfatto di come lo eseguivo in una versione modernissima che, invece, altri già padroneggiavano. Il piano, quindi, era quello di concentrare l’attenzione della giuria sull’originalità dei trick acrobatici, che riuscivo a compiere con sorprendente agilità.
E riservare allo scratch solo il tempo strettamente necessario per un’esecuzione breve e ordinata.
Il tutto a lungo provato e minuziosamente cronometrato...
...solo che i 30 secondi finali diventarono oltre un minuto, e non capii subito il perché. Pensai addirittura che avessero sbagliato a cronometrare, fatto stà che mi ritrovai a scratchare per più del dovuto.
Accadde quello che poi sarebbe stato una costante in molte altre gare che avrei fatto in seguito: una specie di cortocircuito che sfuggiva al mio controllo e si manifestava sotto forma di un imprevisto capace di macchiare la competizione o di fornire un pretesto. Un paradosso curioso, che non si verificava mai durante i lunghi allenamenti, impedendomi così di trovare una soluzione preventiva. Come, ad esempio, avevo fatto per l’interruttore di on/off del piatto, bloccandolo con lo scotch perché spesso mi capitava di spegnerlo accidentalmente durante il cutting. In fin dei conti, quella volta non causò gravi conseguenze... ma vi assicuro che oltre al dubbio di aver pesato sull'esito del verdetto, mi colpì sul personale.
Tra tutti quelli che si congratulavano con me non appena terminata l’esibizione, si avvicinò anche Prezioso, che quasi incredulo mi chiede: "Perché non hai fatto il pezzo dove inclinavi i piatti? Ero sotto di te che ti gridavo, mi sbracciavo, ma tu niente..." Quelle parole colpirono duro al centro dello stomaco. In quell’attimo capii di aver lasciato spento un pezzo di cervello, dimenticando una delle combo più forti dell'intero programma. Una volta spostato il mixer al centro dei due piatti, mettevo la punta del piede sotto il piedino sinistro del piatto destro, che dunque appariva inclinato verso il pubblico. Al piatto di sinistra invece, facevo scivolare due piedini sotto il livello del tavolo, dandogli un inclinazione verso l’interno della consolle. D’istinto faccio due passi e colpisco con un calcio la poltrona che avevo di fronte a me, procurandomi tutto il dolore che meritavo.
Dopo tutte quelle ore di allenamento, non riuscivo a darmi una ragione per quell’amnesia!
Il titolo di Campione Italiano andò a Cutmaster G, autore di una esibizione caratterizzata da un bell’ inizio, che rivisitava divinamente il suono di transformer inventato l’anno prima da DJ Cash Money.
La mia fece comunque molto scalpore, fruttandomi il secondo posto e un eco non indifferente.
Ci avrei riprovato l’anno dopo, ancora più pronto e determinato.
Con l’estate alle porte, si avvicinava un altro appuntamento importante: la Walky Cup Competition. Si svolgeva ogni anno all’Acquafan di Riccione, organizzata da DJ Television. Prestigiosa gara con un premio in denaro di ben 5.000.000 di vecchie lire. A differenza del DMC dove tutto si svolgeva in una notte, gli incontri di questa gara avvenivano una volta a settimana, per poi arrivare ad una finalissima nel mese di agosto, se non ricordo male.
La novità era che, non so per quale motivo, avrebbe determinato il rappresentante italiano ai prossimi Campionati Europei DMC. La cosa era curiosa, dato che il campione uscente aveva deciso di non partecipare, ed io ero il suo successore naturale. In più, la scelta risultava piuttosto incomprensibile anche in chiave tecnica: perché la WCC era aperta non solo a funamboli dello scratch, ma anche a qualche pioniere dei campionatori come Digital Boy che non utilizzava i dischi. In sostanza, in caso di vittoria, non avrebbe potuto misurarsi in una gara del DMC, dove il vinile era imprescindibile.
La kermesse riccionese si accendeva tutti i mercoledì notte, quando l’Acquafan diventava una mega discoteca. La formula prevedeva una sfida tra due DJ a eliminazione diretta. Votava il pubblico, determinando la sua preferenza spostandosi dal lato di pista in corrispondenza del DJ preferito.
Non ricordo chi affrontai in finale, ma ricordo che vinsi il primo premio, tornando a casa con l’assegno e una grandissima coppa portata a spalla.
Fiorello presenta Zappalà @WCC
Riccione 1989
In quella particolare edizione della WCC, visto le spettacolari performance dei concorrenti, DJ Television colse l’occasione per ampliare la visibilità dell’evento, realizzando una versione ridotta della gara. Questa fu trasmessa in episodi quotidiani all’interno del loro programma. L’intera sfida si svolse in un pomeriggio, con in palio una coppa identica a quella ufficiale, ma senza premi in denaro. Tuttavia, il pubblico non era composto dagli appassionati abituali, bensì da turisti in costume da bagno incuriositi dalla presenza delle telecamere.
Mi venne fatta una bizzarra confidenza prima della gara, al quale non diedi troppo peso. Mentre io impiegavo il tempo per esercitarmi, il mio futuro avversario era stato notato chiedere ai bagnanti (...chissà con quali argomenti) di supportarlo spostandosi dalla sua parte di pista, al momento del verdetto.
Non fu una bella sensazione vedere tutte quelle persone venute per vedere i delfini, riempire il suo lato di pista, e non so quanto determinante sia stata quella strategia. Ma so per certo di non ricordare né il suo nome, né un suo trick, e che non bastarono le stesse skill o scratch, che da lì a poco mi avrebbero permesso di conquistare l’attenzione di ben altri prestigiosi palcoscenici.
Ingenuamente cominciavo ad aprire gli occhi, sul fatto che non bastava distinguersi sul campo con trovate originali e non esisteva un solo modo per vincere.
Alla fine la versione televisiva della WCC, fu vinta da Mauro Picotto con il quale condivisi la grande coppa, con l'incisione "NUMERO UNO".
A metà settembre del 1989, volai a Palma de Maiorca per partecipare alla fase finale dei Campionati Europei DMC. Pieno di speranza e determinazione, convinto che la mia esibizione sarebbe stata al riparo dalle dinamiche strane nelle quali mi ero imbattuto, e che una giuria internazionale avrebbe finalmente premiato ciò che sapevo fare.
Fin da subito gli organizzatori dimostrarono evidenti difficoltà, anche con il mio nome, tanto che lo sbagliarono a scrivere sulla locandina.
Il presentatore fece il resto, con una pronuncia quanto più vicina possibile all'originale.
Il mio nome quella notte diventò Fransisco Zappelle.
Mi sarei confrontato con diversi DJ’s che avevo visto sulla video cassetta della finale mondiale dell’anno precedente. Gente come DJ Pogo (UK), Soul Schock (DK), Micro Molnar (SWE) o Dee Nasty, il DJ parigino, idolo assoluto tra gli appassionati, per via di uno scratch leggendario, effettuato nella stessa gara vinta da DJ Cash Money.
Al contrario di tutti gli altri DJ iscritti, affrontai quell’avventura senza il supporto di un rappresentante del DMC Italia, che di conseguenza lasciò vacante il suo posto nella giuria. Mi ritrovai così a dover gestire ogni aspetto della competizione da solo.
Le istruzioni di viaggio che mi erano state fornite, dicevano di prendere un bus che mi avrebbe lasciato di fronte all'albergo. Mi ritrovai alla fermata successiva, con qualche centinaio di metri da percorrere a piedi sotto un sole cocente. I flycase con dentro i piatti pesavano come macigni, ma anche il mixer che portavo nello zainetto non scherzava, dato che l'avevo modificato aumentandone il peso.
Mosso da forze ancora oggi ignote e per certi versi misteriose, con la vista annebbiata, riuscii a guadagnare l'ingresso dell'albergo.
Mi trovavo di fronte all'Hotel Castillo, che aveva forse due stelle, di certo non tre. Ricordo che era pieno di ospiti inglesi, quasi tutti uomini con una birra in mano, sicuramente tifosi di qualche squadra di calcio. In attesa della chiave e di un sorso d'acqua, alcuni mi chiesero se nelle casse sulle quali ero seduto ci fosse da bere. Per un attimo pensai che sarebbe stato un successo uscire da lì sano e/o con tutta la mia attrezzatura.
Mi venne assegnata una stanza al piano terra, più simile a un corridoio, che però aveva una credenza dalle dimensioni perfette per posizionarci mixer e piatti.
Alla fine, la porta d'ingresso della mia camera dovette rimanere aperta per un po' di tempo. In molti si fermavano sulla soglia a curiosare cosa facessi, per poi andare a chiamare un amico e portarlo indietro a vedere. In serata, qualcuno si preoccupò perfino di concimare il prato di fronte al mio balcone, con una soluzione gastrica presumibilmente alcolica. A conferma che in fondo erano dei bravi ragazzi.
L'organizzatore si fece vivo soltanto la mattina successiva, e dopo aver avuto conferma dalla mia viva voce che mi trovavo in quell'albergo, venne a prelevarmi rapidamente come se mi trovassi in pericolo.
Mi portò in un bel residence dotato di tutti i comfort, dove dal giorno prima si godevano la piscina anche gli altri concorrenti.
A quanto pare, ero stato l'unico a dimenticarmi il costume da bagno, ma non il necessario per continuare ad allenarmi fino all'ultimo momento. In uno slancio di altruismo, decisi di mettere i piatti a disposizione di tutti i DJ per dieci minuti a testa.
La finale dei DMC European Championships è una delle mie esibizioni preferite, una di quelle dove mi è riuscito praticamente tutto quello che avevo preparato. Portavo un programma fresco, senza amnesie questa volta. Avevo raggiunto una buona padronanza, sia del suono di transformer, che dei trick eseguiti con movimenti plastici e veloci. I miei marchi di fabbrica, divennero il cutting con l'uso dei tasti START/STOP del piatto, e anche le skill tagliate con le levette del cut off sui canali del mixer o quelli effettuati con il fader mosso con i pollici.
Tre cose che non faceva nessuno.
Il tutto con una parte acrobatica che prevedeva anche uno spettacolare passaggio, nel quale sparivo letteralmente dalla consolle. Concedendo al pubblico solo la punta della scarpa e le dita di una mano, che fermavano un disco. Da terra poi ruotavo il sedere per fare la stessa cosa a parti inverse, creando un curioso effetto, di cutting che proseguiva “senza” DJ.
| Micro Molnar in canottiera...sees a ghost |
Al termine della prima esibizione, eseguii un'ottima performance senza nemmeno complicare i trick. Avevo stretto un buon rapporto con il referente del DMC francese, che faceva parte della giuria. Fu lui a farmi intendere, in modo piuttosto chiaro, che la competizione si sarebbe decisa tra me e un altro concorrente. Pensai a DJ Pogo o Dee Nasty, che poco prima mi aveva anche fatto i complimenti.
| Senza cuffia come Mick Hansen primo DJ DMC a non usare le cuffie |
Per la gara finale avevo riservato il numero che ormai eseguivo a memoria e in tutta sicurezza, quello dove muovevo il fader con il gioco suola/punta del piede. Ma quella volta, qualcosa andò storto e si verificò un imprevisto.
Manovrando il mixer mentre balzavo in piedi sopra la consolle, involontariamente spegnevo l'interruttore, togliendo la musica per 5 interminabili secondi. Alla fine, sembra bastò questo per vanificare tutti i miei sforzi, e mi classificai al secondo posto, alle spalle dell'inglese DJ Trix che si aggiudicò il premio di 5.000 sterline.
L’esibizione della finale di Magaluf
Non era passato nemmeno un anno, da quando per la prima volta avevo visto DJ Scratch e la videocassetta della finale vinta da DJ Cash Money, che, oltre ad essere già diventato vicecampione italiano ed europeo, mi ero aggiudicato anche la Walky Cup Competition di DJ Television. Con le prime serate in giro, il mio nome iniziò a farsi strada a livello nazionale. Il 5 dicembre 1989, insieme a Prezioso, salimmo addirittura sul ring del Pala Trussardi a Milano, durante uno dei primi concerti di Jovanotti, per una sfida a colpi di scratch.
Avevo preso questa cosa molto seriamente, diventando una specie di agonista del turntablism, o un asceta dello scratch. Passai a vita sanissima eliminando l'amata birra e tutto ciò che pensavo potesse compromettere il ben che minimo riflesso. Tra una serata e l'altra, dedicavo tutto il tempo a disposizione per svolgere serrati allenamenti.
Sapevo bene che ai campionati italiani dell'anno successivo, la concorrenza sarebbe stata ancora più agguerrita. Questa volta, da Roma, sarebbero stati della partita anche Giorgio Prezioso e Lory D. Due degli scratch più caldi d'Italia, che in quanto a originalità non erano secondi a nessuno.
Passai un anno intero a preparare quella finale, che si sarebbe svolta al Rolling Stone di Milano il 1° marzo del 1990. Mi esercitavo tutto il giorno, con pause effettuate solo in evidenti stati di ipoglicemia. Scelsi di spingere i miei trick a velocità mai viste e parti acrobatiche ardite, piuttosto che approfondire la via più armonica e musicale... che, a mio modo di vedere, necessitava di una tecnica più semplice e pacata.
Con evoluzioni realmente accadute, esistono registrazioni video che lo provano, ero capace di compiere improvvise passeggiate sopra la consolle, senza perdere il beat del cutting. Come un funambolo, sfidavo la forza di gravità, e nelle skills ero diventato veloce e letale come un Ninja.
La "passeggiata" nella finale DMC a Milano
La performance dei miei avversari più temuti, nel frattempo, era diventata di pubblico dominio, rompendo il velo di segretezza che aveva avvolto i loro allenamenti per mesi.
Curiosamente, sia Prezioso che Lory D, durante le qualificazioni, avevano sfoggiato la stessa originale tecnica di cutting a piatti spenti, una scelta che lasciava intravedere un coordinamento o forse un'influenza reciproca. Questa decisione, per certi versi sorprendente, mi colpì: portare un trick in comune, in un contesto dove l'imperativo era distinguersi con idee innovative, era un azzardo. Tuttavia, quella tendenza condivisa era fresca ed efficace. Dopo qualche etico dubbio iniziale, decisi che avrei accolto la sfida e mi sentii autorizzato a misurarmi anch'io con quella tecnica. La scelta più sensata mi sembrò replicare rapidamente il loro approccio durante la finale.
Alla fine, fu Dr. Feelx a premiare sul palco il terzo classificato Lory D, il secondo Giorgio Prezioso, e Francesco Zappalà nuovo Campione Italiano DMC. La scuola romana riuscì in uno storico triplete, e io sarei andato a giocarmi le finali del campionato del mondo al Wembley Arena di Londra.
Il programma che preparai era basato principalmente sulla capacità di eseguire i miei trick più complicati a velocità che nessun'altro riusciva a raggiungere, combinandoli con una spettacolare componente acrobatica. A fianco a me avrei avuto anche Giorgio Prezioso e Lory D, che accolsero il mio invito a passarmi i dischi durante le due gare che restavano.
Mi trovavo nella camera d'albergo ad esercitarmi, quando venne a trovarmi Andrea Gemolotto (alias Cutmaster G) per farmi il suo in bocca al lupo. Si mise di fronte alla consolle osservando il mixer che avevo modificato pesantemente.
Era sempre lo stesso modello economico di marca KARMA, che avevo ottimizzato artigianalmente avvolgendolo in una fascia di piombo per aumentarne il peso. Avevo rialzato anche i piedini frontali per portarlo allo stesso livello dei piatti. Accorciai il tempo di apertura del volume del fader, fissando una rondella della giusta circonferenza alla vite dello stesso. Questa sottraeva qualche millimetro di grafite al cursore accorciandone la corsa, rendendo il taglio del suono più immediato e netto. Armato di saldatore e cacciavite, ero diventato capace di effettuare una frequente manutenzione, smontandolo interamente e riparandolo all'occorrenza.
Sui giradischi montavo testine SHURE-55M, particolarmente diffuse nella scuola romana e preferite alla più classica Stanton, largamente utilizzata dalla maggior parte degli altri DJ.
Cutmaster G rimase particolarmente colpito dalla sensibilità del tasto START/STOP dei piatti solitamente più duri, sottolineando quanto fosse evidente che li usavo molto.
Non gli rivelai, però, il mio segreto per renderli così incredibilmente leggeri. Usavo un olio per macchine da cucire Singer, contenuto in una confezione che girava per casa da sempre e mi era familiare per via della sartoria di mia nonna. Non la portavo mai con me, per nasconderla da occhi indiscreti. Era un trucco che avevo trovato da oltre un anno e usavo anche per il mixer. Questo accorgimento trasformava il fader e i cursori, rendendoli straordinariamente fluidi.
PS: Quasi trenta anni dopo, quando un giovane DJ a Berlino mi consigliò lo stesso metodo, non riuscii a trattenere un sorriso.
Nel turno di qualificazione al Le Palais, tutto fila talmente liscio, che Tony Prince fondatore e presentatore del DMC, riesce anche a pronunciare quasi correttamente il mio nome.
Svolgo la performance in modo efficace e disinvolto.
Con freddezza riesco a camuffare un errore potenzialmente rovinoso, con qualcosa di voluto e applaudito. Alla fine, forte anche del titolo di vicecampione europeo, ero considerato tra i favoriti alla vittoria. Ricordo Barbara, che sarebbe stata la mia compagna per i seguenti 20 anni, quando si disse infastidita per aver notato le intense PR che il papà del DJ tedesco, intratteneva durante l’evento.
Un episodio che mi ricordava qualcosa...
Per varie ragioni cercai di non pensarci troppo in quel momento. Un pò perché, seppur dotata di uno spiccato istinto investigativo, lei era una che si infastidiva facilmente, un po’ perché, in fin dei conti, anche in quell’occasione non avrei potuto fare altro che dare il massimo con le capacità che avevo.
Per il resto il DJ David a parte un furbo finale col botto, proponeva un programma sicuramente ben eseguito, ma che non brillava certo per originalità.
Le eliminatorie del mondiale DMC
Il 20 marzo del 1990, nella prestigiosa cornice della Wembley Arena di Londra, erano previsti più di 10.000 spettatori.
Noi DJ ci saremmo sfidati su un suggestivo palco, dominato da due imponenti giradischi Technics SL 1200, simbolo dello sponsor e della competizione.
Nel pomeriggio, mentre mi avvicinavo a piedi verso l’Arena, vivevo la più bella sorpresa della serata. Riconoscevo in lontananza la figura di mia nonna Silvana che si avvicinava, avvolta in un elegante cappotto. Al collo sfoggiava un boa colorato, vivace come un lampo di luce che spezzava il grigiore del cielo londinese sullo sfondo. Con quel viaggio dall’Italia si confermava un'autentica nonna sprint, orgogliosa di vedermi su quel palco così prestigioso e dell’investimento fatto qualche anno prima, regalandomi piatti e mixer.
Alla vigilia della gara, mi trovavo nel camerino cercando la giusta concentrazione, ripassando mentalmente tutto ciò che avevo preparato e verificando per l'ennesima volta l'esatto ordine e lato della sequenza dei dischi che avrei usato.
Inaspettatamente venne a salutarmi DJ Trix, il Campione Europeo uscente alle spalle del quale mi ero classificato qualche mese prima a Magaluf. Era lì come spettatore, dato che non partecipava alla finale. Mi confidò che dopo aver rivisto la videocassetta della gara, aveva apprezzato meglio la fattura dei miei tricks e aggiunse che meritavo la vittoria più di lui.
Quella notte fu il tedesco DJ David a vincere, ma per me la sua performace non aveva molto da dire in originalità. Eseguiva un transformer già visto (con l'interruttore del line sui canali del mixer) copiandone i tagli da Cash Money. Usava entrambi i piatti a sinistra, disposizione un po antiquata per l'epoca, nel quale scratchare con entrambe le mani aveva il suo peso. Nel finale propose una trovata che faceva Marco Trani all'Histeria di Roma nel 1983: lo scratch col gomito.
Marco Trani era sempre stato un maestro per me, un esempio da seguire in tutte le sue tecniche di mixaggio. Conoscevo dunque bene quel trick, che nascondeva una semplificazione.
Il disco sul quale si eseguiva lo scratch ripeteva una frequenza fissa dall'inizio alla fine, il che ne camuffava gli eventuali salti.
Inoltre dopo avere usato il gomito, fece una cosa che non doveva fare... Salì su un comodo sgabello e cominciò a fare qualcosa molto simile allo scratch senza una scarpa...e senza il calzino.
DJ David vinse quella notte e anche l'anno successivo (edizione alla quale non partecipai) con una mirabolante evoluzione acrobatica. Poggiava il palmo della mano al centro del piatto, con il braccio a fare da perno, per sollevare interamente il corpo girandoci sopra a una velocità pazzesca. Un gesto che ancora oggi resta il più grande spot, alla solidità del leggendario Technics SL1200.
Le parti acrobatiche erano anche il mio forte, ma le concepivo soltanto all'interno di un trick tecnico e alla costante ricerca della più rapida velocità possibile. In parole semplici, io e quelli "avvelenati" come me, ci misuravamo con le mani sui dischi e la puntina del giradischi in azione su un punto specifico del disco. Per questo consideravo superati i giochi di tonalità con il disco a frequenza fissa, già visti e rivisti e che fondamentalmente consideravo troppo semplici.
In quella occasione non accaddero rovinosi evvenimenti, ma furono i piccoli particolari e le scelte discutibili a fare la differenza. Ad esempio, sacrificai i miei collaudati cavalli di battaglia, che avevano funzionato perfettamente la sera prima, in favore di una scelta musicale completamente diversa, dettata dal desiderio di portare due esibizioni ben distinte, come nessuno aveva mai fatto prima...un'ossessione inutile e superflua che quella volta presentò il conto.
Oppure, nonostante i minuziosi preparativi, alla fine il lato di alcuni dischi in sequenza non era nemmeno esatto, forse perché Lory D, probabilmente più emozionato di me, me ne passava alcuni fuori ordine.
In pratica, nella finale DMC 1990 non tutto andò come previsto. Tuttavia, arrivai al secondo posto, consolandomi con l'invito a misurarmi alla NMC Battle for World Supremacy di New York.
Privilegio che curiosamente non ebbe il campione mondiale DMC uscente DJ David.
In oltre sarei stato il primo DJ italiano della storia a prendervi parte.
A quell'appuntamento arrivai con la piena consapevolezza dei miei mezzi e la decisione che sarebbe stata la mia ultima gara. Per l'occasione mi ero fatto l'idea di non fare troppe acrobazie, confidando sull’originalità delle skills che avevo inventato lungo il mio percorso. Anche perché, oltre a una giuria composta da gente come Cut Creator o DJ Aladdin, ogni sfida prevedeva due soli round da 90 secondi, dunque non c'era tempo per i ricami.
La NMS Battle for World Supremacy si sarebbe svolta a Broadway, nel fascino allora fatiscente del Lyric Theatre sulla 43esima strada, che sarebbe stato ristrutturato dopo quell’evento. Durante il sound check, ricordo che diverse persone mi dimostrarono il loro rispetto per quanto avevo fatto vedere nelle finali di Londra e Magaluf.
Quando iniziò la competizione, l'atmosfera ricordava le battaglie di freestyle descritte in 8 Mile con Eminem: elettricità palpabile, tensione e sfida nell'aria.
Restando in tema cinematografico, solo un anno prima usciva Do the Right Thing di Spike Lee, simbolo di una cultura in fermento nel cui finale, andava a fuoco una pizzeria di italo-americani. Come segno di sfida e appartenenza, per il mio primo incontro scelsi di indossare una maglietta della nazionale italiana di calcio, un dettaglio che rendeva la mia presenza ancora più simbolica e inaspettata.
Tutto andò bene, nessuno mi aveva ancora picchiato e Red Alert che presentava l’evento, non sbagliò nemmeno il mio nome, che con scaltrezza evitò di pronunciare per intero, chiamandomi solo Francesco. Anzi in quella gara il mio cognome non era nemmeno scritto nel tabellone, a New York ero diventato semplicemente Francesco.
Dopo una vittoria agevole nel primo incontro, nel match successivo presi lo scalpo importante del campione americano DMC in carica, Baby G. Proponeva uno stile acrobatico, motivo per il quale a lui riservai il colpo di prestigio dove sparivo dalla consolle. Era incredibile la scarica di adrenalina prodotta dal pubblico, che reagiva ai miei trick con rumoroso trasporto.
Francesco vs DJ Baby G
In semifinale dovevo vedermela contro DJ Flamboyant, un avversario che si sarebbe rivelato uno scoglio molto duro, forse il più bravo tra tutti quelli che avrei incontrato.
Era un tipo tosto, il newyorkese del Queens, che mi mostrava il dito medio tra un trick e l’altro. Io incassavo come Rocky, senza farmi intimorire, sferrando i miei montanti sonori, accompagnati dalle ovazioni del pubblico. Alla fine, passai al turno decisivo, quello che avrebbe decretato il vincitore nella gara che un anno e mezzo prima consideravo la gara per DJ di un altro pianeta.
Nella battaglia finale avrei sfidato Steve Dee, in tre match da 90 secondi ciascuno.
L'americano chiamava la sua tecnica beat juggle, interessanti combinazioni ritmiche molto musicali, ottenute col rilascio del disco sincronizzato al fader, per cui la rapidità di esecuzione diventava superflua.
Io, invece, non avevo assegnato nomi particolari ai miei trick. Tuttavia, condividevo lo stesso obiettivo ritmico: lo ricercavo seguendo un percorso diverso, concentrandomi sempre sul portare le mie abilità alla massima difficoltà e velocità possibile.
Vero, era importante sviluppare un programma armonico, ma era altrettanto innegabile che in quel periodo contava molto anche essere veloci e originali offrendo skils inedite.
Francesco vs Steve Dee
Furono subito evidenti un paio di cose.
La prima è che si trattava di due stili a confronto.
Il mio, più fisico ed estremo, che utilizzava con la massima velocità i tasti, bottoni e i fader a disposizione. Il suo, invece, somigliava più a quello di un musicista, caratterizzato da trick fluidi e armonici, meno complicati ma estremamente raffinati e musicali.
La seconda fu che gli stessi trick capaci di strappare consensi a scena aperta nelle sfide precedenti, in quella finale erano stranamente accolti da inaspettata freddezza, che ricordo come un surreale silenzio.
Nel secondo round, ripeto la passeggiata che avevo eseguito nella finale di Londra. Ma mentre scendo dalla consolle, un cavo del mixer decide di fare i capricci, generando un fastidioso noise. Continuo gli ultimi venti secondi di quella performance quasi in trance, con i tecnici che si affannano dietro i cavi attaccati al mixer. Inutile dire che ero incredulo per quello che stava succedendo ancora una volta.
Nel terzo e decisivo incontro, mi getto all'arrembaggio con la rabbia di un pugile all'ultimo round, cercando di mostrare tutto ciò di cui sono capace. Ma non basta, vince il DJ americano.
| In azione nella battaglia di New York |
Non la presi bene, tornai a piedi verso il Marriott di Times Square, in preda a una crisi di nervi che non riuscivo a fermare. Nel tragitto avrei voluto trovare conforto anche da persone prese a caso, e spiegare quella che ritenevo un'ingiustizia.
Più tardi con Luca De Gennaro che allora era il mio manager, ci ritrovammo a parlare con Ice-T vicino al quale era seduta la sua statuaria compagna, protagonista della leggendaria copertina di Power.
Ci disse l’unica verità che non lasciava spazio a repliche: anche se non avevo vinto, dovevo essere fiero di ciò che avevo fatto, perché avevo compiuto qualcosa di straordinario... a casa loro.
E Voi, gli avreste dato torto?
La cover di POWER by ICE-T
Terminava così la mia attività "agonistica" da DJ, ne avevo abbastanza di gare, giurie, e l’etichetta di DJ da gara. Desideravo suonare nelle discoteche "di tendenza", l'ambiente naturale dove proporre il sound che amavo. L'house music nelle sue varianti più elettroniche, si era ormai impadronita anche di me e volevo dimostrare che non ero solo un DJ da competizione, ma anche capace di fare ballare la gente.

